Invito all’indugio Lo sguardo etnosemiotico su mobilità e stasi pedonale per il progetto di riqualificazione di un quartiere del centro storico di Modena

di Gaspare Caliri. Apparso su C. Bianchi, F. Montanari, S. Zingale (eds.), La Semiotica e il Progetto II. Spazi, Oggetti, Interfacce, Milano, Franco Angeli, 2010

All down, round the wind corner, tumble down, scatter by, fall down: my town. Say it. Say, my town. (David Thomas, “My Town”, da Monster Walks The Winter Lake)

 

  1. Introduzione. Indugio

 

Questo articolo nasce con un difficile compito di districamento. Parla di semiotica, di etnosemiotica, di architettura, di progetto, di urbanistica, di light urbanism, di Modena, di sedie mobili, di chair-sharing. Vorrebbe farlo in un movimento di continua oscillazione, senza propendere in maniera esclusiva per uno solo di questi ambiti, decisione che si presume possa depauperarlo; sceglie comunque la lente dell’analisi semiotica con cui guardare a tutti questi fenomeni.

Questo articolo vuole dunque indugiare tra diverse intenzioni. Parla di un discorso possibile per la “semiotica e il progetto”; ma si inserisce propriamente in un terreno che sembrerebbe sfuggire a definizioni basate su confini netti; non un terreno scosceso, né soggetto a frane, ma mobile come New Babylon, città nomade pensata e parzialmente progettata a partire dalla fine degli anni Cinquanta dall’architetto olandese Costant Nieuwenhuis.

Come vedremo, l’atteggiamento, nei confronti del movimento, è di seguirlo (muovendosi) e allo stesso tempo di osservarlo (indugiando con lo sguardo). La prima intenzione è di parlare dell’utilità dello sguardo semiotico nei confronti delle discipline del progetto architettonico e urbanistico; si vuole però anche dare qualche elemento di riflessione circa l’andirivieni di competenze che si crea quando la prospettiva semiotica va a incrociarsi con altri punti di vista.

Intendiamo qui cioè suggerire una “modalità” specifica – e calata su un ambito preciso di interesse – secondo la quale la semiotica può apportare giovamento all’operatività progettuale, ma non solo: ciò che si cercherà di abbozzare è il lascito che la semiotica, una volta concluse le varie fasi di messa a punto di una proposta di progetto, si ritroverà tra le dita, come arricchimento ricevuto dal bagno multidisciplinare.

L’oggetto della nostra analisi è un progetto “corale” proposto e successivamente realizzato (vedremo in che termini) in risposta a un “Concorso di Idee” di riqualificazione urbanistica «per la progettazione e la realizzazione di interventi multidisciplinari” in un quartiere del centro storico di Modena, per il quale era espressamente richiesto di «favorire la creatività e l’incontro di differenti competenze» [1].

Lo spunto da cui queste pagine prendono le mosse non è dunque astratto; è il risultato anzi di un caso studio che ha messo in moto un ambiente multidisciplinare costruito ad hoc – ovvero in base alle richieste del bando e alle possibilità di “networking” dei partecipanti – per il “processo” di progettazione. Tale gruppo di lavoro ha compreso – e comprende tuttora, tanto che oggi si riconosce in un’unica entità[2] – un architetto, Marco Lampugnani, un semiotico dello spazio, l’autore dell’articolo, un geografo urbano e giornalista, Emanuele Bompan, un’economista della cultura, Beatrice Manzoni, e un giornalista con studi di comunicazione di massa, Michele Restuccia.

È bene poi precisare fin da ora che l’approccio semiotico utilizzato discende soprattutto dalle riflessioni avviate di recente in seno al nascente Centro Universitario Bolognese di Etnosemiotica (CUBE), avviato da Francesco Marsciani, di cui chi scrive fa parte; se da un lato tali riflessioni sono risultate una preziosa fonte di spunti di analisi, è anche vero che il caso di ModenaCambiaFaccia è stato per il Centro una delle prime occasioni di dibattito, e quindi a sua volta è stato motivo di confronto e di selezione di alcuni tratti caratteristici dell’etnosemiotica.

L’obiettivo che si prefigge questo articolo, al di là della descrizione del caso studio, è quindi di mettere in risonanza e far circolare questa collettività analitica a doppio livello – quello multidisciplinare e quello del dibattito del Centro –; di sottolineare le aree di proficua sovrapposizione; di cercare elementi di commensurabilità tra discipline; di leggere un equilibrio col senno del poi.

 

  1. Oggetto di analisi, metodologia, etnosemiotica, progetto iniziale

 

Il corpus di analisi, come si potrà immaginare a partire dalle premesse introduttive, è ibrido e in un certo senso multiforme. Esso comprende di certo il luogo su cui è stato pensato l’intervento di riqualificazione urbanistica, che potremmo pensare, nel suo status quo ante, come l’“oggetto” di analisi più immediato; ma ciò che ci interessa qui è vedere come il corpus possa essere alimentato anche dalle proposte progettuali, cioè come esse discendano da un apparato discorsivo che a sua volta può essere analizzato, o comunque affrontato con i mezzi di cui la semiotica ci dota. Inoltre ciò che sembrerebbe placidamente materia di semiotica dello spazio – cioè lo studio e l’analisi di un quartiere – dipende in realtà da una operazione di “taglio” analitico – hjelmslevianamente parlando – che seleziona delle pertinenze per abbandonarne altre. Dal momento che l’analisi è stata veicolata da richieste specifiche (del bando e più in generale dell’amministrazione), non possiamo proporla che intrecciata a quelle richieste; e non solo: visto che in base a quelle istanze essa è stata direzionata verso alcuni aspetti della vita del quartiere, sembra necessario ospitare anch’esse nel nostro corpus, a titolo di precondizioni discorsive, per così dire; o comunque orientamenti dello sguardo dell’analista.

Veniamo al quartiere, cioè all’oggetto del bando di concorso ModenaCambiaFaccia: si tratta dell’area di Porta San Francesco e Porta Saragozza, una zona che occupa circa un quarto della superficie del centro storico di Modena, localizzata nel suo quadrante sud-est (fig.1). Per questa area, negli ultimi anni interessata da numerosi piccoli interventi di sistemazione urbanistica, l’ente banditore teneva a precisare almeno due macro-finalità su cui orientare la riqualificazione:

  1. i progettisti erano chiamati a «favorire la frequentazione dell’area e lo sviluppo delle attività economiche, attraverso interventi di marketing urbano e comunicazione» che dessero «una nuova immagine all’area»;
  2. in chiave più “architettonica”, compito della proposta era di «qualificare gli spazi pubblici, migliorando le modalità di accesso, fruizione e percezione dell’area, in continuità con gli interventi pubblici e privati già realizzati, in corso di realizzazione o in programma».

L’optimum suggerito dalle parole del bando era infine la progettazione di un “attrattore” o “catalizzatore” sociale ed economico, volto a un coinvolgimento del «tessuto economico locale, per assicurare la condivisione e la sostenibilità degli interventi».

Come si vede, il concorso di idee creava già delle segmentazioni che i progettisti non hanno potuto ignorare; da una parte il discorso convocato era di continuità – e possibilmente di non stravolgimento – degli interventi di sistemazione urbanistica già avviati nel quartiere; d’altra parte il focus dell’intervento veniva a più riprese concentrato su aspetti non strettamente architettonici, che non si esitava a definire “identitari”. Per citare per l’ultima volta il bando, sottolineiamo come il concorso di idee intendesse «inserirsi in questo percorso, per completarlo e arricchirlo di stimoli, idee e contenuti, con ricadute visibili e interventi concreti volti a dare identità e valore a tutta l’area di Porta San Francesco e Porta Saragozza».

Va da sé quindi che la specificità generalmente associata al campo di interesse della semiotica dello spazio non può in un caso come questo essere sufficiente. Oppure, forse, ModenaCambiaFaccia ci dà il pretesto per rinnovare una perplessità circa la natura eminentemente spaziale (topologica) dell’oggetto di analisi della semiotica dello spazio (a cui si accennerà nel prossimo paragrafo). D’altra parte la questione valoriale – e soprattutto l’assenza di valori nel quartiere, un’assenza da “colmare” – alimenta il nostro esempio di un interesse ancora maggiore per la semiotica. Tanto più che il problema del quartiere – lo diciamo subito – veniva segnalato per differenza rispetto a un intorno “coerente”: pur appartenendo al centro storico, infatti, la nostra area di interesse non si comportava – non veniva fruita – come il resto della Modena dentro i viali. Era per così dire una parte del centro storico che sotto qualche rispetto o capacità si mostrava e veniva fruita come se fosse già esterna a esso.

Ciò che ci si è trovato di fronte era quindi un oggetto “primario” di analisi che per quanto delineato dal bando e dalle sue direzioni di interesse andava ulteriormente “ritagliato”, mostrandone aggregazioni di coerenza o di incoerenza, che, nel linguaggio comunicato nella proposta progettuale, sono state espresse come problemi e punti di eccellenza in nuce da implementare.

La metodologia operata per selezionare un regime discorsivo affrontabile e commensurabile dall’ambiente multidisciplinare è stata gestita in più fasi successive, di derivazione disciplinare diversa. Il tutto indiviso del quartiere è stato innanzitutto affrontato con l’osservazione, per come utilizzata dall’etnosemiotica: una “pratica”, a sua volta, «che prende una certa posizione rispetto alla pratica osservata, che stabilisce strategie di costituzione e organizza tattiche di co-localizzazione» (Marsciani 2007: 13). L’osservazione può in un certo senso essere vista come l’ibridazione dello statuto dell’analista, volta a rilevare criteri di pertinenza sufficientemente stabili su cui poi mettersi a lavorare. «La messa a punto di una metodologia di osservazione e di analisi etnosemiotica», suggerisce Marsciani, è tesa comunque a «rendere sistematiche e controllabili le indagini sulle pratiche quotidiane in cui si investono i valori di una socialità che di diritto, anche se non necessariamente nei fatti, è una socialità condivisa» (ibid.: 14).

Una delle nostre prime tesi, sviluppata in seno a CUBE, è che l’etnosemiotica possa servire proprio a formalizzare una “domanda” che permetta di focalizzare un terreno in cui i progettisti possano lavorare, all’interno di un oggetto di analisi tanto aperto come un quartiere. Nel caso di ModenaCambiaFaccia la prima evidenza “parziale” che si è deciso di approfondire nasceva proprio dall’osservazione, e ha portato a un “concept” (richiesto anch’esso dal bando), cioè a un’idea di intervento urbanistico in senso lato da sviluppare poi con i mezzi della progettazione effettiva: il concept della “lentezza”.

 

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Fig. 1 – Planimetria dell’area di Porta San Francesco e Porta Saragozza a Modena con i punti di ingresso e uscita dal quartiere

 

Ciò di cui ci si è accorti è che a Modena esisteva una mobilità differente tra la zona attorno a Piazza Grande e al mercato coperto – ciò che può essere considerata l’area prototipica del centro storico – e quella oggetto del bando, adiacente alla prima. Se in zona Duomo il percorso pedonale era spezzato, pieno di soste, vicino a una prossemica dei piccoli spostamenti, diversamente nella nostra area era direzionale e spedito. L’indugio si trasformava nel passaggio tra un punto A (zona Duomo) a un punto B (i viali, l’esterno del centro storico). La nostra area sembrava cioè transizionale, a metà tra centro e fuori-centro, anzi per certi versi del centro e per altri del fuori; veniva percorsa in fretta e abbandonata. Il punto di passaggio dove il cambio di “ritmo” è stato osservato più frequentemente è proprio quel punto di via Canalino che tocca piazza XX Settembre; mentre l’uscita si direzionava lungo via Saragozza o via San Pietro (fig.1). È stata dunque osservata una segmentazione abbastanza netta tra la modalità di stasi dentro la zona Duomo e la modalità di uscita dal nostro quartiere.

La cosa sembrava tanto più strana dal momento che la “struttura” urbanistica “storica” dell’area interessata non è sostanzialmente diversa dalle parti adiacenti – e più “fruite” del centro storico. Né la viabilità – a parte la zona completamente pedonale di piazza Grande – sembrava giustificare una differenza così palese. La prima ipotesi percorsa – e la principale, per tutta la prima fase di progettazione – è che fosse un problema valoriale e di identità a contribuire a depennare le attrattive, e a fare sì che le vie oggetto di studio fossero attraversate in fretta.

I dati economici e commerciali forniti dalle altre discipline – l’economia della cultura e il marketing urbano – corroboravano questa strada; è stato possibile infatti notare, nello scenario del quartiere, una “coerenza” commerciale presente solo in nuce, e quindi deficitaria rispetto al resto del centro storico: quella dell’artigianato, della vendita di prodotti legati alla “cura” e alla “lentezza” di produzione; un’identità non sviluppata e non resa sinergica, anzi in continuo declino, nelle sue potenzialità, negli ultimi vent’anni.

L’idea di una lentezza virtuosa è a quel punto apparsa come un “modello” di organizzazione delle attività e degli eventi da organizzare nel quartiere; di conseguenza, la progettazione, per rispondere alla mancanza di “indugio” e “lentezza” nella mobilità del quartiere, è stata orientata verso la creazione di strumenti che stimolassero un’identità di “lentezza virtuosa” a livello più profondo, direttamente valoriale. Tale idea è allora diventata il concept di progetto; gli strumenti effettivi proposti erano invece di ordine misto: l’organizzazione di una comunità attorno alla lentezza “virtuosa”, sviluppata con le scuole e insieme alla figura – parte anch’essa della proposta – del “facilitatore di quartiere”; un meccanismo e le tecnologie di “self-mapping” dei contenuti offerti del quartiere; degli arredi urbani (gli “icosaedri”) che legassero visivamente il quartiere come un tutt’uno (fig.2); lo sviluppo di un’immagine coordinata, per così dire, che di fatto facesse leggere dall’esterno il quartiere come un’area coerente al suo interno.

 

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Fig. 2 – “Icosaedro”: progetto di arredo urbano per il concorso ModenaCambiaFaccia

 

Tale concept è stato poi sottoposto agli esercenti interessati del quartiere tramite questionari, strumento fra l’altro anche di monitoraggio delle opinioni riguardanti tutti gli spunti raccolti nella fase iniziale. La “lentezza” ha ricevuto in quella fase adesioni immediate dagli attori locali, volontà di sostegno attivo al progetto e disponibilità di appoggio futuro. Quella lentezza veniva (citando direttamente i risultati dei questionari) approvata come (i) valore in sé; (ii) potenziale resa della vocazione degli esercizi; ma anche (iii) come aggregante di un’identità del quartiere.

Dal punto di vista dell’architettura, poi, l’approccio appena esposto era molto prossimo a ciò che viene definito light urbanism; la scelta è stata di non lavorare sulla modificazione plastica e figurativa degli edifici, ma sulla messa a punto di strumenti, appunto, e dell’apparato di comunicazione necessario per rendere effettivo un passaggio di consegna di quegli strumenti dai progettisti ai cittadini del quartiere, che venivano così considerati come gli unici attori in grado di rendere il concept della lentezza davvero operativo.

Tutto questo mirava dunque a risolvere la questione degli attraversamenti (intendendo con ciò non solo il percorso rettilineo, ma la mobilità in genere) puntando su misure non direttamente collegate a essi. Eppure questi sono diventati il cardine di un momento successivo di progetto, quando, dopo gli esiti del concorso, ciò che è stato chiesto di realizzare al gruppo di progettazione, tra tutti gli strumenti proposti, è stato unicamente l’arredo urbano proposto: gli “icosaedri”, le “sedie” pubbliche amovibili e componibili come panchine. Ci concentreremo ora sulla mobilità e sulla sua significazione proprio per passare a spiegare questa fase successiva del processo multidisciplinare.

 

  1. Etnosemiotica, semiotica degli attraversamenti urbani, delega enunciazionale, attrattori, tattica e strategia

 

Che cos’è un attraversamento, un percorso urbano, nella nostra ottica? Per rispondere dobbiamo fare qualche passo indietro nell’epistemologia e poi avanzare nell’analisi. I due termini su cui imperniare la nostra breve disamina sono la semiotica dello spazio e la teoria semiotica dell’enunciazione. Non è ovviamente il caso di mettersi qui a tracciare la storia di questi due aspetti della disciplina, ma abbiamo bisogno di citare alcune fonti per proseguire nella discussione.

Lo sguardo semiotico sulla città ha radici che risalgono almeno agli anni Sessanta, in ambiente “semiologico”: ci riferiamo evidentemente al saggio aurorale di Barthes intitolato “Semiologia e urbanistica” (Barthes 1967) e alla Sezione C della Struttura assente di Eco (1968). Eppure la semiotica dello spazio “topologica” è spesso citata a partire dalla relazione fondativa tra qui e altrove presentata da Greimas nel suo “Semiotica topologica” (Greimas 1976), per cui l’installazione valoriale di un luogo nasce dalla segmentazione di questo rispetto a un altro.

A proposito di segmentazione, abbiamo citato sopra l’evidenza osservata della discontinuità tra il nostro quartiere (il qui) e il resto del centro storico (la zona Duomo, per esempio, l’altrove). La nostra osservazione e la valutazione valoriale del concept sono dipese proprio da questa differenziazione strutturale dell’oggetto di analisi rispetto a un intorno. La scelta dell’altrove è stata importante perché ha comportato, come conseguenza, la scelta di una strategia di progettazione volta a “limare”, in un certo senso, le differenze tra il quartiere e la zona Duomo; e quindi, coerentemente con le richieste del bando, a “colmare” alcune lacune rilevate, nel paradigma di un’analisi discorsiva e semio-narrativa, a doppio livello: quello dell’identità, e quindi delle strutture valoriali profonde, e quello del “discorso” cittadino, basato sulle pratiche di attraversamento.

La nostra segmentazione è stata comunicata come “qualitativa” proprio a partire da questo doppio livello generativo, che vedremo essere un ottimo punto di partenza per una progettazione “strategica”.

La segmentazione è stata “formale” perché basata proprio su una differenziazione strutturale. Ma l’interno del quartiere era passibile, come sarà detto tra poco, di ulteriore suddivisione, fatta a partire da altre considerazioni sul carattere, ancora una volta, formale degli attraversamenti in città. Viene in mente il tentativo riportato recentemente da Manar Hammad (2008) circa un’ipotesi di analisi discorsiva di percorsi e attraversamenti di tipo pedonale.

 

Consideriamo il caso di una sala dei passi perduti, in una stazione o in un aeroporto. Osserviamo i viaggiatori, o i parenti che aspettano un viaggiatore: nell’attesa li si vede camminare, senza andare da nessuna parte, perdendo i loro passi. (Hammad 2008: 100)

 

Nel caso di una tale “sala dei passi perduti”, ammette Hammad, «non è sufficiente produrre una segmentazione su uno spazio, per quanto controllata e formale, perché essa sia pertinente. La sua pertinenza dipende dal regime di significazione che cerchiamo di circoscrivere attraverso le manipolazioni dell’espressione» (ivi). La segmentazione citata da Hammad si riferisce a un progetto di suddivisione degli spazi che il Gruppo 107 – di cui Hammad fa parte – ha adottato per analizzare (segmentare, discretizzare) il grande complesso di Grigny la Grande Borne; un progetto «fondato su un modello topologico proposto dal matematico J. C. Maxwell» (ivi). Ciò che nota il semiologo-architetto è che nel caso dell’attraversamento pedonale non è sempre pertinente una segmentazione degli spazi. Ma la suddivisione che cerchiamo e che abbiamo adottato nell’esempio di Modena come in altri casi non è di questo tipo. Non è una separazione “spaziale”, ma è semmai più imparentata con la prossemica di Hall (1966) e utilizza intuizioni di Renè Thom e di Jean Petitot.

Un altro punto di cui ci porta a discutere Hammad è poi, finalmente, l’enunciazione. È per noi interessante valutare la sua opinione, dato che lo studioso siriano-francese è tra coloro che ultimamente (Hammad 2003) si sono più occupati, e sistematicamente, di semiotica dello spazio. Hammad dice, a proposito di enunciazione (Hammad 1983), che la pragmatica (le pratiche osservate, in un certo senso) è una sovrastruttura immanente dell’enunciazione, a sua volta sovrastruttura del testo. Ha insomma un’opinione strettamente greimasiana; ciononostante, essa si inserisce in un dibattito che va dalle indicazioni di Benveniste, “limitate” all’atto di discorso (1966, 1974), a quelle più sofisticate di Marin (con la “sua” enunciazione come incompossibilità (Marin 1976)), Metz e Latour.

Sono questi ultimi due gli autori dei contributi che qui ci interessano di più. Il primo – Christian Metz – perché ci porta a parlare all’enunciazione come meccanismo che può essere sprigionato non solo da un attore umano, ma anche da un “dispositivo”, come quello filmico (l’enunciazione impersonale (Metz 1991)). E Bruno Latour perché, in un suo saggio intitolato “Piccola filosofia dell’enunciazione” (Latour 1999), è stato volutamente seminale e ha aperto prospettive diverse, anche divergenti. Leggendo l’articolo, dopo una più classica definizione dell’enunciazione, ci si imbatte infatti in una puntualizzazione successiva, più breve ma forse più ricca, dove Latour espone cos’è è per lui l’enunciazione:

 

L’enunciazione è un atto di invio, di mediazione, di delega. È quanto dice la sua etimologia ex-nuncius, inviare un messaggero, un nunzio. Riprendendo la definizione data sopra, possiamo ora definire l’enunciazione: insieme degli atti di mediazione la cui presenza è necessaria al senso; benché assenti dagli enunciati, la traccia della loro necessaria presenza resta marcata o iscritta in modo tale che la si può indurre o dedurre a partire dal movimento degli enunciati (ivi: 73).

 

È allora a partire da questa teoria dei delegati che Latour riesce a raccogliere le indicazioni di Metz (sulla auto-enunciazione dei dispositivi). Ed è alla luce di tale teoria che possiamo dire che un dispositivo si enuncia, ma spedendo un messaggero, un delegato della propria enunciazione.

La nostra ipotesi è che la città possa essere un dispositivo enunciante, e che una delle forme di enunciazione di cui dispone – accanto, per esempio, all’enunciazione di un discorso storico, o artistico – necessiti di una delega ai propri fruitori o cittadini. È il caso degli attraversamenti, per cui la città “delega” ai propri cittadini la propria enunciazione, che essi realizzano tramite i propri percorsi e i propri attraversamenti. Rivolgendo ancora lo sguardo a Modena, è evidente che trattare gli attraversamenti ha a che fare con la città e la sua enunciazione per così dire “sincopata”, o segmentata in modo irregolare, all’interno di aree contigue del centro storico.

Ora: a partire da questa ipotesi sono gli attraversamenti a necessitare, durante l’analisi, una segmentazione formale. All’interno degli attraversamenti, per esempio, ci saranno quelli che “rispettano” gli inviti a una “corretta” realizzazione della delega, cioè la segnaletica orizzontale e verticale. Oppure ci saranno delle forme di attuazione straniante della delega, rispetto agli intenti enunciazionali (e quindi ideologici) della città. Se da un lato è possibile vedere nella città la facoltà di delega enunciazionale alle persone che la abitano, allora dall’altro lato si intravede anche la possibilità di affrancamento dall’idea di autore della progettazione urbanistica.

Una città non suggerisce poi il modo per attuare la delega solo attraverso la segnaletica. C’è anche la disposizione, la distribuzione e la segmentazione delle strade e degli spazi aperti che effettuano inviti prossemici a un attraversamento “strategico”, come quello che porta da un punto A a un punto B. Da questo punto di vista ci rivolgiamo al modello della teoria delle catastrofi di Thom (1980, 2006) e alla sua applicazione di Petitot (1985) negli spettri categoriali della linguistica e della semiotica. Ciò che prendiamo a prestito da tale paradigma è allora una segmentazione che si applica non a questioni di “spazio” cittadino ma a questioni di delega e fruizione. Se prendiamo i fruitori “delegati” come “attrattori”, possiamo riconoscere che alcuni “ambienti” urbani sono “attratti” dall’attrattore-pedone e altri dall’attrattore-automobile, per esempio. Un portico (come quelli del centro storico di Modena) è evidentemente “attratto” dall’attraversamento pedonale; sotto un portico un pedone può indugiare, spezzettare il suo percorso, non preoccuparsi – prossemicamente – di un’auto. Se il pedone esce dal portico, però, entra in un ambiente che è immediatamente “attratto” dall’automobile, organizzato prossemicamente in funzione di quella. Allo stesso modo, uno spazio una volta aperto come un incrocio, lasciato nell’incertezza categoriale di più attrattori, quando viene trasformato in rotatoria, viene “sbalzato” verso l’attrattore-automobile, cioè organizzato secondo la sua dimensione prossemica (creando fra l’altro uno spazio vuoto di “decompressione” strutturale: il centro).

Tutto ciò è poi riportabile a quella distinzione, di cui abbiamo fatto già parzialmente uso, tra tattica e strategia, introdotta (nelle scienze sociali vicine alla semiotica) da Michel De Certeau e poi ripresa da Fabbri e Montanari (2001).

La strategia per De Certeau è «il calcolo dei rapporti di forza che diviene possibile a partire dal momento in cui un soggetto di volontà e di potere è isolabile in un “ambiente”. Essa presuppone un luogo che può essere circoscritto come proprio e fungere dunque da base a una gestione dei suoi rapporti da una esteriorità distinta. La razionalità politica, economica o scientifica è stata costruita su questo modello» (De Certeau 1980: tr. it.: 15). Al contrario, la tattica è un «un calcolo che non può contare su una base propria, né dunque su una frontiera che distingue l’altro come una totalità visibile. La tattica ha come luogo solo quello dell’altro. Si insinua, in modo frammentario, senza coglierlo nella sua interezza, senza poterlo tenere a distanza» (ivi).

L’attraversamento automobilistico direzionato tra un punto A e un punto B è evidentemente, nell’ottica decertauiana, un fare strategico. Quello pedonale è invece un fare che tende al tattico, come lo stesso De Certeau suggerisce. La nostra ipotesi è che il discorso della progettazione (che è pianificazione, in qualche misura, sicuramente “calcolo” dei propri margini di azione) non possa che essere strategico; tutt’al più il progetto è una strategia che contempla una tattica e che designa uno spazio per quest’ultima. Progettare degli attraversamenti “attratti” dal pedone, dunque, non può essere strettamente un fare tattico, ma semmai creare una condizione di possibilità (strategica) perché ci siano aree dove è suggerita una delega tattica[3].

Il corollario della nostra lettura, in termini semiotici, è che la tattica (strettamente intesa) non possa rispondere a un modello struttural-generativo, che invece sembra particolarmente indicato – così com’è organizzato per piani di trasformazione – per analizzare il fare strategico. Il modello struttural-generativo ci fornisce semmai le coordinate per individuare nel discorso le vie di fuga verso un fare tattico. Siamo peraltro convinti che, quando De Certeau parla di retoriche podistiche (in un passaggio del suo L’invenzione del quotidiano (ivi: 154) che ricorda, per l’insistenza sulle pratiche di percorso pedonale, il saggio sopraccitato di Barthes), smentisca parzialmente la sua teoria del fare tattico opposto al fare strategico. O meglio: riteniamo che con le retoriche podistiche De Certeau si “rassegni” a segnalare gli appigli simil-tattici all’interno di una visione strategica. E quindi il “calcolo” di quelle retoriche è un modo per ibridare l’attraversamento strategico da un punto A a un punto B.

La nostra scelta della “lentezza” si sposa allora all’attrattore-pedone, ma non può che incentivarne le scelte più “psicogeografiche” (AA.VV. Potlach), per anticipare un debito verso le tecniche lettriste e situazioniste degli anni Sessanta, che analizzavano la città “strategica” proprio a partire dalla sua “resa” tattica imprevista durante l’attraversamento, come possibilità di scompaginare la delega. Vediamo ora come, con questo bagaglio teorico, la nostra analisi si sia direzionata verso la questione degli attraversamenti e, di conseguenza, come il passo successivo della progettazione possa essere letto a partire da questi spunti.

 

  1. Analisi, secondo progetto, chair-sharing

 

La nostra analisi, come sopra anticipato, si è incentrata su una questione di mancanza di coerenza all’interno del quartiere e tra il quartiere e il resto del centro storico. Per esprimere meglio questo concetto, calato nel nostro caso, è però forse meglio parlare di discrepanza o di scollamento.

Abbiamo visto infatti che l’ambiente urbanistico del nostro quartiere non è significativamente diverso da quello del resto del centro storico di Modena. Eppure l’attraversamento incentrato sull’attrattore-pedone cambiava drasticamente il suo ritmo plastico e la sua presenza discorsiva, andando a sovrapporsi con quei “comportamenti” attoriali propri dell’esterno del centro storico.

Chiamando Ambiente 1 l’universo discorsivo del centro storico – con la sua riconoscibilità figurativa fatta di portici e vie strette – e Ambiente 2 quello esterno al centro storico, e chiamando Pratica 1 quella del pedone della zona Duomo – volto a un fare tattico – e Pratica 2 quella del pedone all’esterno, vediamo come nel nostro quartiere il discorso ci porta a una sovrapposizione discrepante tra Ambiente 1 e Pratica 2, mentre nel resto del centro storico (Ambiente 1 + Pratica 1) e nell’esterno (Ambiente 2 + Pratica 2) l’“effetto” di coerenza è rispettato.

Per cercare di ricucire questo scollamento, la prima proposta progettuale tentava di lavorare, come abbiamo detto, sull’identità, intesa come aggregazione valoriale di narrazioni coerenti. Le pratiche di attraversamento infatti comportano delle conseguenze a livello semionarrativo (nell’ottica di un’analisi strategica). La mancata fruizione dell’Ambiente 1 secondo una Pratica 1 causa un’impossibilità di condivisione, in un certo senso, di quell’universo valoriale della lentezza e della cura del luogo che l’Ambiente (inteso ora anche da un punto di vista commerciale) propone.

Si potrebbe suggerire che un processo di progettazione orientato in tal senso miri a una traduzione tra discorsi che in realtà cerca una sostituzione: nella procedura di progetto “identitaria”, per così dire, è come se gli elementi in nuce del quartiere fossero incentivati in modo che fosse il nuovo Ambiente, reso più autonomo dal punto di vista tematico, a essere forte di una propria identità; e che quindi fosse il quartiere intero a differenziarsi dal resto del centro storico, in un certo senso sfruttando la segmentazione del ritmo degli attraversamenti per veicolare i confini rilevati verso un’autonomizzazione identitaria.

In un’ottica echiana, basandoci dunque sull’intrepretazione del fruitore, è come se il progetto della “lentezza” proponesse un nuovo Mondo Possibile (Eco 1979) – oppure, per restare nell’analisi discorsiva, un intero e alternativo discorso possibile, anzi un altro universo di discorso e di valori, apparecchiato cioè a partire dai valori fino alla superficie discorsiva (specie riguardo alla riconoscibilità tematica e figurativa dell’Ambiente, che chiamiamo ora Ambiente 3).

La traduzione era insomma completa, a tutti i livelli. Inoltre, il primo progetto cambiava statuto di intervento rispetto al problema rilevato, cioè nei confronti della “domanda” rilevata e posta dagli attraversamenti. Il tenore di esercizio della prima progettazione toccava la mobilità solo indirettamente, tramite gli “icosaedri”, ma soprattutto attraverso quell’ambiente che avrebbe dovuto scaturirne un’inversione di tendenza verso la lentezza e l’indugio.

 

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Fig. 3 – “Chair-sharing”: progetto di seduta mobile componibile per la fase di attuazione del concorso ModenaCambiaFaccia

 

Come si accennava, però, il passaggio dal concorso di idee alla fase di attuazione dei progetti ha comportato una selezione del progetto proposto, come una necessaria ridiscussione conseguente. Dell’intero discorso proposto l’amministrazione ha chiesto al gruppo di progettazione di ripartire dagli arredi urbani per lavorare su un nuovo tipo di “sedie” per lo spazio pubblico.

Non è stata messa in secondo piano l’insistenza che l’amministrazione ha concentrato perché il gruppo di lavoro considerasse, nella nuova fase progettuale, un nuovo tipo di attori: le auto parcheggiate nel nostro quartiere, fonte di occupazione del suolo pubblico e di privazione di spazio per pratiche pedonali simil-tattiche; un attore che l’amministrazione segnalava come un esempio di scarsa attenzione al suolo pubblico e al suo uso. Il nuovo progetto avrebbe così dovuto essere un catalizzatore di fruizione, e a sua volta un caso esemplare che contrastasse le tendenze appena denunciate.

L’arredo urbano proposto per la fase di attuazione di ModenaCambiaFaccia si è così direzionato verso un sistema di sedie mobili e componibili, estraibili gratuitamente da una rastrelliera simile a quelle del bike-sharing e ivi riportabili dopo l’uso, ovvero dopo il momento di indugio nel luogo scelto dal fruitore (figg. 3 e 4). Il progetto è stato chiamato, in questa seconda fase, chair-sharing[4], per le evidenti analogie con il bike-sharing ma anche per veicolare la possibilità di scelta condivisa di una panchina o di una seduta in città. Le sedie, inoltre, sono state pensate con un piano di seduta e con un piano di lavoro dove leggere un libro o connettersi a internet con il proprio laptop. Fa infatti parte della progettazione anche l’installazione di una copertura Wi-Fi, grazie alla quale connettersi una volta presa in prestito una seduta. Concludendo questa velocissima descrizione del progetto/servizio proposto, ogni sedia, nel suo movimento nel quartiere, è stata poi pensata per essere mappata e georeferenziata su un sito Web che presenta la cartografia della città con gli eventi posizionati laddove avvengono e le sedute che pulsano segnalando la propria presenza, diventando un mediatore di uno sdoppiamento di contenuti di tipo off-line/on-line.

È ora necessario alimentare la nostra analisi alla luce di questo secondo progetto. Ciò che va detto subito è il cambio di tenore dell’intervento. Se avevamo definito il primo progetto “identitario”, è evidente che qui si tratta di un’altra formalizzazione progettuale. Il chair-sharing non costruisce un mondo discorsivo e valoriale autonomo, ma lavora all’interno di un ambiente (Ambiente 1) per far sì che esso possa incorporare quelle pratiche che ricuciano lo scollamento (Pratica 1). Non c’è cambio di paradigma nel progetto chair-sharing, ma l’installazione nell’Ambiente di partenza invariato di un catalizzatore di movimento lento e sosta, di indugio e di uso effettivo dello spazio pubblico in un modo decisamente “attratto” dal pedone. Non solo: l’esplicita associazione e vicinanza figurativa con il bike-sharing (fig. 4) è un invito a entrare in risonanza – e ad aggregare un’isotopia tematica – con un discorso di mobilità lenta e sostenibile.

 

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Fig. 4 – “Chair-sharing”: posizionamento della “rastrelliera” in piazzale Torti, a Modena

 

Il nostro dispositivo, insomma, prova a introdurre nel quartiere – ma all’interno dell’universo discorsivo di partenza – una attorializzazione del ruolo attanziale del Destinante, e quindi lavora direttamente a livello meno profondo rispetto al primo progetto. Eppure tale Destinante prova a catalizzare all’interno dell’ambiente discorsivo di partenza un programma narrativo di fruizione della strada che, di fatto, non può che riflettersi per conversione su tutti i piani. Ciò che è interessante, dal punto di vista dell’enunciazione latouriana, è che il nostro dispositivo di chair-sharing è un’installazione discorsiva che “apre” la delega a nuove possibilità. Crea insomma le condizioni di possibilità di un indugio in città senza lavorare “direttamente” sui contenuti. Vedremo in conclusione come questa riflessione dipenda anche dal contatto della semiotica con l’architettura. Per arrivare a farlo, volgiamo ora invece lo sguardo a ciò che l’architettura ci suggerisce più esplicitamente.

 

  1. Actor-network theory, Non-plan, Archigram, New Babylon

 

Abbiamo usato spesso la nozione di pratiche, facendo finta che in semiotica il dibattito su questo termine sia pacifico. Leggiamo ancora qualche secondo Marsciani quando ci dice che «si tratta di assumere innanzitutto, come proprio oggetto, la significazione che si realizza e si manifesta nel “fare” dei soggetti coinvolti nello scambio quotidiano, scambio che li connette gli uni agli altri secondo modalità dirette (propriamente intersoggettive), da un lato, ma che li vede altresì cointeressati nella condivisione di un mondo-ambiente fatto di spazi, di oggetti, di tempi, di ritmi. È un fare soggettivo ed intersoggettivo che è già interpretato, già sempre interpretato, sia da chi agisce che, contemporaneamente, dall’altro; gli oggetti e gli spazi e i tempi su cui verte e tra cui si esercita sono oggetti e spazi e ritmi presi nella circolazione dei valori, colorati di pertinenza e di tensione narrativa» (Marsciani 2007: 15).

A proposito di pratiche – ma in generale di analisi discorsive che non riguardano testi o corpus tradizionali – c’è poi però un altro paradigma, sviluppato negli ultimi venticinque anni in Francia, ad opera di Bruno Latour e di Michel Callon, che riprendendo l’approccio etnografico e la semiotica – anzi una sua versione “materiale”, la “material-semiotics”, come la chiamano gli autori – fa uso di una teoria delle pratiche che riconduce al modello attanziale la lettura di discorsi a livello attoriale “ibridi”, cioè umani e non umani.

Citiamo questa teoria perché, sebbene nata negli Science and Technology Studies (STS), è un punto di contatto con la “teoria” più o meno recente dell’architettura – almeno quella che è confluita e ha arricchito il gruppo di lavoro, che la cita, la legge e ne tiene conto. È fondamentale perché ci permette un passaggio di commensurabilità con gli architetti e con altri possibili interlocutori. Inoltre nel suo paradigma costruzionista (fra l’altro quasi del tutto esente da ortodossia, il che rende difficile una descrizione della base della teoria, se non facendo riferimento a una mobilità di approcci convocati ad uso dei casi specifici) non fa distinzione, a livello attoriale, tra cose e persone, e, per dirla in termini diversi, tra fruitori e dispositivi. Ci serve quindi anche per parlare di dispositivi, di sdoppiamento tra reale e virtuale, elemento importantissimo del progetto chair-sharing.

Una conquista che la semiotica del resto ha già ottenuto da molto tempo. Del resto, poi, abbiamo già fatto riferimento sopra alla delega enunciazionale desunta da Latour come qualcosa che non fa differenza tra dispositivi e interazioni strettamente umane. È tuttavia interessante la salienza con cui si sottolinea che lo statuto oggettuale non rende un dispositivo diverso da una persona (Latour 2005). A titolo di esempio, si vedano le molte analisi della gestione pubblica degli accadimenti politici e “sociali” compilata in Making Things Public (Latour & Weibel 2005), dove tra l’altro lo stesso Latour espone il suo approccio narrativo-politologico chiamato “Ding-Politik” analizzando regimi discorsivi molto vari, quasi rizomatici.

Il centro del discorso, per la ANT, non è mai un gruppo di attori, ma il loro network, che a sua volta può essere attorializzato e, quindi, avere un peso attanziale. E questo è un lascito importante da cui prendere spunto. La rilevanza data al concetto di traduzione (a più livelli, come nel paradigma generativo, da cui Latour prende spunto) ci permette di vedere in un medesimo universo discorsivo l’ambiente spaziale “reale” del nostro quartiere e il suo sdoppiamento “virtuale” permesso dal mapping e dal monitoraggio on-line della geo-referenzializzazione delle sedute. La semiotica “materiale” della ANT proporrebbe in questo caso di trattare come un unico insieme di discorso le due facce della progettazione del chair-sharing. È un suggerimento, dunque, quello che cogliamo dalla ANT, che andrebbe ad ogni modo sviluppato oltre, ma di cui abbiamo comunque tenuto presente nell’analisi sopra condotta.

Ciò che ci interessa ancora segnalare è invece una vicinanza, che una volta di più dipende dalla multidisciplinarietà del gruppo di lavoro: quella tra la ANT e le teorie dell’architettura radicale degli anni Sessanta. Sopra si menzionavano i situazionisti, e ancora prima si faceva accenno alla New Babylon di Constant, architetto confrontato a volte con un altro teorico ante litteram delle pratiche urbane e del quotidiano, Henri Lefebvre (Kofman & Lebas 2000, Lippolis 2007, Sadler 1999). Ma nella ANT e nella sua attenzione al ruolo delle tecnologie nelle pratiche quotidiane si sente l’eco anche della retorica del non-planning di provenienza inglese (Hughes & Sadler 2000), specie in quell’estetica filo-tecnologica o non-anti-tecnologica – nata all’interno della rivista New Society – indifferente alla pertinenza della relazione umano/non umano. Un esempio su tutti, tra gli animatori di New Society, è stato Cedric Price (2000), ma anche e ovviamente vanno citati gli Archigram (Sadler 2000) e lo stesso Constant (Kofman & Lebas 2000).

I concetti proposti da questi progettisti e pensatori rivelano ancora oggi la loro freschezza e la loro lungimiranza; il che può sembrare un discorso banale; eppure è perfettamente inseribile nei lasciti che la semiotica, per riprendere un’espressione iniziale, “si ritrova tra le dita”; e ci conduce a delle parziali ma ottimistiche conclusioni.

 

  1. Conclusione

 

La migliore conclusione di questo discorso potrebbe forse essere, di circolarità virtù, un ritorno all’inizio. Abbiamo nelle prime righe promesso di rendere conto di quello che la semiotica “guadagna” nell’incontro con altre discipline. Ora dobbiamo farlo.

Anzitutto quello che va detto è che se un’operazione di “taglio” delle varie competenze di un prima e di un dopo è possibile, questa è un intervento in provetta. È un artificio a cui si arriva solo risalendo “la corrente” e analizzando il processo progettuale. Non c’è stato un momento nel gruppo di progettazione in cui qualcuno abbia detto “questa è semiotica”, oppure “questa è geografia umana” o “questa è architettura”. Le prospettive che si incrociano hanno cioè dato il meglio di sé nella loro dimensione operativa; per cui proponiamo di chiamare un tale scenario di lavoro multioperativo, più che multidisciplinare – e di spostare di fatto il fuoco dell’attenzione rispetto alle teorie dell’interdisciplinarietà (Newell 2001, Meek 2001, Bailis 2001). Nella complessità di metalinguaggi o di terminologie di varie discipline l’aspetto “operativo” della materia è infatti il perno necessario e il piano di commensurabilità.

Un esempio lampante è l’analisi etnosemiotica e semiotica sopra tentata. Essa è il risultato di successive mediazioni, successivi suggerimenti e di una congerie di idee e riflessioni che sono germogliati dalla molteplicità di sguardi. L’insistenza che abbiamo avuto sull’analisi discorsiva dipende anche dal fatto che il confronto con l’architettura – nella persona appartenente al gruppo di lavoro – abbia messo in chiaro come essa stessa non creda in una propria capacità “metaforica”; cosa che va ovviamente tradotta dicendo che l’architettura non costruisce edifici che, bastando a se stessi, possano veicolare concetti “altri” da trasporre per intero da un altro universo discorsivo; è per questo che il primo progetto era riconducibile al light urbanism; ed è per questo che il progetto del dispositivo di chair-sharing e la sua natura di Destinante non riflettono mondi discorsivi “altri”, ma lavorano sul proprio catalizzandone un cambiamento di fruizione.

Detto questo, la “migliore notizia della settimana” è insomma la commensurabilità col senno del poi. E la congerie di suggerimenti, quell’andirivieni di sguardi grazie ai quali l’analisi è stata possibile e formalizzata solo alla fine del processo. Ma, del resto, essa è stata sempre presente e negoziata all’interno del gruppo di lavoro.

 

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[1] Si veda il bando di concorso “Modena Cambia Faccia”, emesso a fine 2007 dal Comune di Modena, Assessorato alle Politiche Economiche, scaricabile dal sito web www.modenacambiafaccia.it.

[2]            Il nome della piattaforma è Snark – space making, un’azienda nascente basata sul network interdisciplinare aperto nato nell’occasione di progetto illustrata in queste pagine – o, per usare le parole del sito web, “an interdisciplinary open network focusing on the public and communities”. Si veda www.snarkive.eu.

[3] Vengono in mente due passi scritti dall’architetto catalano Enric Miralles, da poco riportato da Juan Antonio Cortés sulla rivista El Croquis: «En cada lugar hay lineas casi invisibles, a veces larguísimas, que puedes encontrar, a las que se liga el proyecto tratando de ocupar el espacio dejado libre. (…) Ese trazo que corrisponde al movimento que creemos descubrir en el lugar. Aquel elemental signo que acompaña el ir de un sitio a otro… Fragmentos de estos movimientos descvriben una geometría ligada a lo real: son envolventes de contornos reales» (Cortés 2009: 28).

[4]            Si veda www.chairsharing.it