Okobici: La patafisica storia del primo bikesharing fra privati

di Gaspare Caliri e Marco Lampugnani – pubblicato su Che Futuro

 

All’inizio dell’inverno 2008  successe una cosa alquanto “patafisica”, che già diceva molto di questa storia.

“Non ci chiameranno mai”. Siamo arrivati secondi, a giugno, con un progetto complesso, di riqualificazione urbana, rigenerazione economica e di marketing del quartiere, sostenibile obviously, ma complessità.

Ah,  poi c’era pure quel discorso delle sedie mobili. Accadde che “i cinque” si sentirono via skype, dopo comunicazione e-mail dell’ente banditore che chiedeva, ufficialmente: di tutto quanto, fate le sedie mobili.

Queste 5 persone erano disperse tra Europa e Stati Uniti: Barcellona, Londra, Milano, Bologna, Washington. Due al momento della skype call erano a Madison.Un altro era a Barcellona, in studio, la mattina presto; la quarta e la quinta persona erano nelle rispettive abitazioni a Bologna e Milano (o forse Londra?).

La loro collaborazione era nata  un anno prima ed insieme avevano ideato un paio di progetti.

I cinque protagonisti di questa storia provengono da da storie e percorsi formativi molto differenti: architettura, semiotica, management, giornalismo, comunicazione.

Tutti, però, dubitano. Dubitano che le cosiddette professioni alle quali sono instradati (chi più, chi meno chiaramente) nel loro percorso possano garantire loro alcunché ma soprattutto possano rispondere ad un interesse che li accomuna: ma come si fa, come funziona, come si aggiusta, come si capisce, una città?

Ora, non è che avessero molto più di questo in mano. Al massimo un paio di intuizioni. La prima che stare fermi nella posizione di partenza sarebbe stato un po’ stupido, quantomeno noioso. La seconda che invece da quell’essere così bislaccamente assortiti, forse un pezzo della risposta poteva venire fuori:dall’incontro di differenti discipline e competenze (le professioni lasciamole nel passato) potesse nascereun territorio neutro, terzo, fertilissimo per l’emergere dell’imprevisto, dell’innovazione (sic), dell’ibrido. E che l’ibrido, va da sé, fosse decisamente piú interessante di tutto il resto.

Fu chiaro a tutti che si parlasse di luoghi. Un luogo in particolare. Verso la metà del 2009, in viaggio verso il festival della creatività di Firenze, si accorsero che la creatura nascente di condensazione della pratica progettuale, fino a quel momento solo parzialmente esplorata, percorreva un terreno che assomigliava molto allatrading zone che Peter Galison, all’incirca tredici anni prima dell’edizione numero 4 del festival della creatività di Firenze, proponeva come paradigma del superamento della interdisciplinarità standard noiosamente protocollata dai suoi colleghi.

È quel luogo, la trading zone, che di certo non è solo lo spazio pubblico, che detto così sembra definito dall’essere semplicemente la negazione del privato, il posto dove si annida quella città di cui prima? E di certo non è uno spazio fisico, può essere uno spazio virtuale, o processuale. È la conseguenza di una complessità di interazioni tra persone, cose, ruoli e dispositivi, e non una premessa. E’ una dimensione, la dimensione pubblica, “Just the place for a Snark! / As he landed his crew with care; / Supporting each man on the top of the tide / By a finger entwined in his hair”, dice Lewis Carroll in The Hunting of the Snark, circa cento trentatré anni prima che a quella creatura fu dato il nome di snark – space making.

Il “mondo dei cinque diventati due” è come l’oceano dello snark, difficile da mappare. Si dedicano a design dei servizi, gestione di processi (percorsi partecipati, percorsi di inclusione dei soggetti che agiscono su una determinata dimensione pubblica ecc. ecc.), con la convinzione che ogni progetto possa essere occasione di delega (o accountability) verso chi poi rende quel progetto operativo, e pure di ricerca e sviluppo per un orizzonte imprenditoriale, e circa tre anni e tre mesi dopo essersi scoperti cacciati dallo snark, e circa trentasei mesi dopo che avevano fatto germinare l’idea, in risposta a un concorso per il nuovo bikesharing di Copenhagen, di un bikesharing – appunto, ma anche di uno stile di vita, siamo in Danimarca, ma anche in Italia può avvenire; un bikesharing, appunto, che potesse riciclare bici del servizio in dismissione, e perché no? aggiungere anche quelle dei privati, e che raccogliesse il contributo di altri soggetti, ciclofficine, eccetera.

I due narranti scoprono di aver ottenuto la fiducia della commissione di Telecom Working Capital proprio per uno di quei progetti imprenditoriali, okobici.

Cos’è Okobici?

Okobici è un bikesharing di nuova generazione, basato sulla condivisione di biciclette private, attraverso l’impiego di un dispositivo tecnologico applicato alle biciclette e di un’interfaccia per la gestione e l’interazione con il servizio

Forse il primo bikesharing, se vogliamo essere fedeli al nome. Il dispositivo di okobici riassume tutta la infrastruttura tradizionale di un bikesharing: un lucchetto, un sistema di riconoscimento utente, un sistema per il dialogo del dispositivo con il server.

Immaginate un ovetto, con un lucchetto arrotolato attorno. Questo ovetto si applica in maniera irreversibile alla bicicletta e la rende condivisibile. Non servono più rastrelliere, e le bici possono essere lasciate libere per la città (un po’ come già succede a Berlino, dove si prenotano le biciclette via sms). Fate una ricerca via web o mobile oppure trovate semplicemente la bici per strada, vi avvicinate, vi autenticate, il lucchetto che la lega si sblocca e siete pronti a partire. Arrivati a destinazione, la lucchettate, e via.

L’idea germina da una città alla scala dell’Europa intera, si distacca dalla pubblica amministrazione come attore gerarchicamente superiore; si tratta di una soluzione immaginaria, che però è un modo per fronteggiare il calo di risorse e il concomitante aumento di qualità richiesta nel design dei servizi.

Attualmente, è in corso la progettazione di una campagna di crowdfounding per l’individuazione di 100 pionieri che costituiscano la prima community beta di okobici a Milano, e cento per Bologna.

Milano, 19 Gennaio 2013

MARCO LAMPUGNANI e GASPARE CALIRI