Segni per una pratica che abilita

Posso scrivere quello che voglio?
Un’occasione di libertà,
prima di tutto, prima di parlare di educazione o inclusione. Baumhaus è nato dietro la stazione centrale di Bologna, in Bolognina, una zona in cui negli anni hanno organizzato eventi e iniziative che davano un senso immediato (e diverso dai canoni) allo sport, all’hip-hop e ad altri linguaggi e arti urbane, pensate come occasione di aggregazione e condivisione di saperi. Una casa sull’albero, Baumhaus parte dalla conoscenza dell’esperienza di ragazze e ragazzi che non si trovano in pieno nei percorsi ufficiali, nella scuola o negli spazi di socializzazione ufficiale. E nasce sapendo di stare, e voler stare, in un territorio.
Ci siamo conosciuti nel 2015, in occasione di CoopUp e di ZacBaum.
Li abbiamo trovati in un momento in cui stavano cercando un posto in cui portare laboratori e opportunità di aggregazione e lavoro, secondo un approccio di capacitazione e orizzontalità
su cui stavano ancora sperimentando.
Discutendo di quello che ci piaceva fare e che ci incuriosiva, abbiamo deciso di
lavorare insieme sugli strumenti e sugli approcci di coprogettazione, per sviluppare alcune questioni fondamentali (i bisogni di ragazze e ragazzi, gli usi e le funzioni dello spazio, il rapporto tra regole e appropriazione, etc.).
A noi interessava un’occasione per sperimentare strumenti di codesign in ambito sociale: a che condizioni possono includere? Cosa dicono del progetto a cui sono dedicati?
Abbiamo iniziato
con una domanda semplice e corta: perchè coprogettare? Le risposte ci hanno subito portato sulla strada dell’appropriazione e della conoscenza dei bisogni: lo facciamo per conoscere il bisogno di saperi e di relazioni, per aggregare e generare passioni.

Colori, parole e segni
Nel corso del 2016 abbiamo realizzato quattro sessioni, tra laboratori ed eventi pubblici, mischiando strumenti di arte pubblica, co-design e pratiche di narrazione, coinvolgendo adolescenti, musicisti ed operatori dei servizi sociali.
Abbiamo iniziato con un incontro di autocoscienza, insieme alla crew di On the Move, nata dal laboratorio hip hop che è una delle prime tappe di Baumhaus. Condividere le esperienze e le emozioni di ciascuno è servito a definire le ragioni per cui il collettivo è nato e si è consolidato, tanto per aspetti personali che artistici. In altre due occasioni, a Bologna per Baum (sui pannelli che trovate in via di Vincenzo) e al teatro dell’Elfo a Milano per il festival LAIV ACTION, abbiamo creato due lavagne collettive, per permettere a tutte e tutti di raccontare cosa volessero imparare e di che spazi avessero bisogno: hanno partecipato complessivamente più di duecento persone di tutte le età, facendo emergere temi e dimensioni che sono trasversali rispetto all’età in termini di bisogni. C’è molta voglia di realizzarsi vestiti e di spazi belli e curati, ma soprattutto di pace e di libertà, sono queste due le parole che abbiamo trovato più volte, in colori e lingue diverse.
Un ultimo laboratorio è stato organizzato con gli operatori dei servizi sociali ed educativi del quartiere, per creare un’opportunità di condivisione di esperienze e strumenti in merito agli spazi e ai percorsi contro la dispersione scolastica. Oltre a trovare nuove prospettive e piccol
e pratiche per leggere i bisogni delle famiglie e delle ragazze e dei ragazzi, abbiamo discusso di mutualità, supporto e coordinamento tra chi lavora nelle rete di centri sul territorio, i cui bisogni sono importanti tanto quelli di chi li frequenta.


Voglio un posto in cui c’è pace
Voglio imparare da chi ho accanto e da gente capace
E quindi cosa fare di ciò che resta sui fogli e sulle lavagne? Dal nostro punto di vista, leggermente spostato di lato seppur vicino, questo processo è servito per comprendere sia su cosa concentrasi (i bisogni) che come farlo (insieme ai ragazzi e alle ragazze).
Ora, nel definire interventi su spazi o laboratori, il gruppo di Baumhaus sta già lavorando su entrambe le dimensioni, nonostante le complessità della progettazione di oggetti così ibridi, lavorando tanto sui bisogni emotivi e relazionali delle persone coinvolte che sulla sostenibilità, senza rinunciare alla bellezza e alle complessità delle cose che accadono nel territorio.
Gli spazi devono essere attrattivi, con poche regole, condivise e incrementabili. Serve un ambiente in cui poter prendersi cura del prossimo, partendo da un ascolto alla pari, spazi che possano essere adattati e incrementati.
I saperi
e le competenze che ragazze e ragazzi vogliono fare proprie, oltre alla musica e ai linguaggi contemporanei, sono quelli legati alla cura del sé e del prossimo.
Non si sa se dentro alla casa sull’albero ci saranno telai per la serigrafia gestiti secondo un modello di banca del tempo o rampe da skateboard. Nè se assomiglierà più a co-working o uno spazio autogestito.
Abbiamo però capito che dovrà rispondere a bisogni emotivi e relazionali di chi sta immerso in una quotidianità fatta troppo spesso di conflitti e disuguaglianze sociali ed economiche: la parola ‘pace’ è comparsa inaspettata ed è tornata più volte nei laboratori.
Il bisogno di protezione non sta solamente nelle caratteristiche dello spazio ma nelle sue regole, nel fatto che i ragazzi e le ragazze ci si possano ritrovare sapendo che possono prendersi cura gli uni degli altri.
Poter esprimere ciò che si sente o si sta vivendo senza temere conseguenze: si ha quasi vergogna di chiedere se si può, ma è un bisogno forte e Bauhmhaus può usarla come opportunità.
Un luogo che esprima pace: i conflitti stanno in casa e per strada, non si ignorano, devono emergere ma (perché possano emergere) serve un’alternativa alle logiche oppositive e prestazionali che tengono su narrative e istituzioni dominanti.
Dovrà far sentire le persone al centro di percorsi di crescita seri, non laboratori semplificati per utenti a rischio, e orizzontali, in cui poter mettere in discussione strumenti e obiettivi degli stessi percorsi.
Le ragazze e i ragazzi che abbiamo incontrato vogliono imparare quello che gli può effettivamente servire. Che sia hip-hop, grafica, cucina, serigrafia o arte pubblica, c’è voglia di stare dove le cose accadono per davvero, nei laboratori, nelle redazioni e nelle cucine. On The Move è nato così: un gruppo di ragazze e ragazzi che si ritrovavano per rappare a XM24,
imparando insieme, prendendosi cura dello spazio e degli altri, e costruendosi credibilità e un percorso artistico.
Prima di tutto servono occasioni di cura e affetto, spazi in cui tutte e tutti possano sentirsi accolti e rispettati.

(un paio di pagine da un numero di ID magazine dell’anno scorso)

 

Co-progettare = abilitare?
Co-progettare ha tante accezioni e si porta appresso anche degli assunti, alcuni dei quali imperfetti e pericolosi. Veniamo al dunque: per noi non è di per sé un processo democratico né abilitante. Questo può essere garantito dalla relazione tra il processo e la natura di ciò che sarà sviluppato (uno spazio, un’impresa, una narrazione, un social network, etc.). Il coinvolgimento delle persone può essere funzionale a una progettazione più efficace ed efficiente, ci crediamo da parecchio, ma può soprattutto essere la premessa per un’opportunità di gestione aperta, co-gestione o autogestione (questo è poi un punto ulteriore, anche se molto prossimo e urgente).
Baumhaus è nata come comunità che condivide cura, socialità e saperi, basata su principi di equità e accesso alle pratiche. Sia che diventi uno spazio o una rete di azioni diffuse, dovrà continuare a essere co
progettata e trovare una relazione, non solo un equilibrio, tra le dimensioni, tra l’aggregazione e le pratiche artistiche, sociali ed economiche che ha attorno.
Uno spazio per condividere relazioni, cura e saperi, può essere co-progettato a condizione di continuare a farlo, tutti i giorni.

È questa la seconda (bella) rivelazione del percorso, che è emersa netta solo a inizio 2017. Usare la coprogettazione come strumento di analisi, di coinvolgimento e di azione, in una relazione viva e quotidiana con la visione politica del progetto.

 

aprile 2017
Michele x snark