Tubi di carico / commutazioni di un tratto distintivo. Piccola panoramica sui tubi di scarico come “particolari apparenti” nell’automotiv

di Gaspare Caliri

È necessario aggiungere soltanto che gradi o movimenti diversi d’intensità o tono, segni diacritici, ecc., sono linguisticamente pertinenti se la sostituzione di uno fra questi simboli con un altro può portare a un cambiamento nel contenuto (un mutamento di significato). Questa prova, che precedentemente ho descritto come prova di commutazione, sarà sufficiente in ogni caso a mostrare se una lingua possegga o meno accenti e, se ne possiede, a mostrare quanti accenti possegga. [da L. Hjelmslev, Saggi linguistici, Edizioni Unicopli, p. 234]

Il capitalismo sopravvive costringendo la maggioranza, che esso sfrutta, a definire i propri interessi entro margini quanto più ristretti possibile. Un tempo lo si otteneva con le forti privazioni. Oggi nei paesi sviluppati lo si ottiene imponendo un falso standard di ciò che è e ciò che non è desiderabile [da J. Berger, Questione di sguardi, Il Saggiatore, p. 156]

Non avrò benefit Pur se li cercherò nelle condizioni di assunzione.

So già bene cosa vorrò. So già dove sta il mio bene

non nei benefici ma nel cuore abitativo delle frequentazioni. Ma nel caso contrario

lo dimenticherò in cambio di scelte meccaniche.

Ovviamente turbodiesel

Che cos’è un’automobile? Credo sia un mito stabile, di ieri e sempre più d’oggi. Il mito è ciò che “trasforma la storia in natura”, ciò che fa ci fa vedere “una contingenza come eternità”, scriveva Roland Barthes in Miti d’oggi; il mito “non nasconde niente e non dichiara niente; il mito deforma; non è né una menzogna né una confessione: è un’inflessione” [p. 210].

La tesi di questo articolo non è tanto che il carattere di “oggetto perfettamente magico” e di immagine di consumo sia restato intatto nei decenni, dopo sessant’anni dalla leggendaria analisi di Barthes della “nuova Citroën” DS19. Questa è la pre-condizione. Dopo la quale, si intende piuttosto sostenere che oggi come non mai la materia magico simbolica dell’automobile non stia nella forma, nella funzione, nella categoria o classe, non si annidi nel prezzo: bensì nell’apparato semiotico di simulazione permesso dai dettagli. Uno su tutti: i tubi di scarico.

Il particolare, dell’automobile, può arrivare a trasmettere un messaggio strategico per il generale. Ciò che chiamo particolari apparenti sono quei dettagli dell’automobile che stanno (stavano? Come vedremo) per denotazione di una qualità ma anche per qualche cosa di più, in termini di carica narrativa. Sono quei particolari che sottendono una strategia retorica, che sfruttano un effetto di realtà per creare isotopie, ossia accumulazioni di coerenza semiotica che giustificano un’accumulazione valoriale e, in definitiva, un posizionamento identitario.

Già lo stesso Barthes sottolineava come con la Déesse si passasse a una nuova “fenomenologia della connessione” automobilistica, dove gli elementi, dopo l’esser stati saldati, diventarono giustapposti, trovando così una nuova rilevanza nella sinergia stabilita assieme. La nuova Citroën degli anni cinquanta parlava attraverso la concatenazione dei propri elementi. Sperimentava con successo il carattere identitario dato dal concerto delle parti che parlano la stessa lingua, che attivano tutte contemporaneamente lo stesso universo semantico. Quest’automobile aurorale introduceva per Barthes a un’arte della segmentazione che superava il sogno della fusione, della forma pura artigianalmente permessa dalla saldatura.

Per noi, la segmentazione è ciò che rende possibile la scomposizione del discorso dell’automobile, ma anche il taglio fenomenologico di un’automobile in parti che significano, ciascuna con il proprio peso narrativo, l’identità globale. La segmentazione permette dunque la prova di commutazione, resa possibile dalla solidarietà tra i due piani semiotici dell’espressione e del contenuto. “Nella teoria linguistica di L. Hjelmslev, [la prova di commutazione è quella] prova tendente a verificare se la sostituzione di un elemento sul piano dell’espressione comporta una differenza sul piano del contenuto, o viceversa. Per es., se nella parola pane, si sostituisce p con t, o con r, si ottengono le parole tane, rane; ciò dimostra che in italiano t, r, sono portatori di una differenziazione del significato oltre che del significante e sono quindi da considerare fonemi. [da http://www.treccani.it/enciclopedia/commutazione/].

La prova di commutazione serve a capire in quali particolari apparenti dell’espressione si annida la possibilità di determinare in maniera globale il contenuto. Nel caso della DS19 descritta da Barthes, le giunture fungono da particolari dell’espressione che “salda” un significato globale. Se quelle vengono meno, così funziona la prova di commutazione, il significato cambia radicalmente. Detto altrimenti, ci sono piccole sostituzioni del piano dell’espressione a cui corrispondono piccoli cambiamenti del piano del contenuto. Nella parola “stella”, se metto una “e” al posto della “a” finale cambia tutto sommato poco (da

singolare a plurale). Viceversa, se metto una “a” al posto della “e” si passa proverbialmente dalla “stella” alla “stalla”. Una piccola sostituzione sul piano dell’espressione che genera uno stravolgimento sul piano del contenuto.

Se pensiamo al tuning automobilistico, o meglio, al tuning estetico, capiamo come dietro ci sia il tentativo di trovare un particolare rilevante che cambi l’allure dell’automobile in questione. “Il tuning estetico degli esterni nelle automobili si realizza, nella maggioranza dei casi, con l’aggiunta di elementi della carrozzeria quali “minigonne”, alettoni posteriori, spoiler, appendici sottoparaurti anteriori o posteriori e, nei casi più estremi, la sostituzione completa dei paraurti con altri del design più sportivo, l’applicazione di prese d’aria sul cofano e/o sul tettuccio, l’allargamento dei parafanghi o il rimodellamento della carrozzeria al fine di modificare la linea originale del veicolo. Interventi meno invasivi comprendono la riverniciatura parziale o totale del veicolo, l’oscuramento dei cristalli e la sostituzione dei gruppi ottici anteriori e posteriori.” [da https://it.wikipedia.org/wiki/Tuning]

Cosa determina la scelta dell’aggettivo “estremo” da parte di chi ha stilato la voce “tuning” di Wikipedia? Qual è la soglia oltre la quale il particolare sostituito (materialmente) diventa non marginale? Di certo c’è un tema di elaborazione che catastroficamente diventa caricaturale. C’è una simulazione di sportività che perde il contatto con l’effetto di realtà che cerca. Eppure dietro c’è una meccanica semiotica che accomuna i tuner DIY con i designer delle grandi case automobilistiche. Per capirlo bisogna risalire all’archeologia di alcuni di questi particolari apparenti.

In un mercato dell’automotiv dominato da un’omologazione del disegno, da un appiattimento delle linee delle diverse categorie e classe di auto, è in atto una valorizzazione diffusa di alcuni dettagli, che al di là dal dichiarare la propria funzione “forzano” narrazioni per diventare discorso dominante. Ossia, creano abitudini di mercato che poi rendono alcune scelte obbligate per stare nel mercato stesso. Il caso dei tubi di scarico (ma è un discorso generalizzabile ad altri particolari apparenti: i fari, i cerchi, le calandre) rende particolarmente evidente la possibilità di lavorare su un effetto di simulazione funzionale. L’effetto di senso dei tubi di scarico è eclatante proprio per l’accrescimento del peso narrativo che è stato loro assegnato negli ultimi vent’anni, ossia da quando, nel mercato delle berline (specialmente tedesche), si è deciso di aumentare la fetta dedicata alle automobili con motore turbodiesel: da qui la necessità di cambiare narrazione delle stesse.

Il punto di partenza era certamente l’esigenza di coordinare l’immagine dell’automobile a gasolio – apparentata con il trasporto pesante – con una dimensione narrativa diversa, che fosse coerente con la maggiore pulizia degli scarichi richiesta dalle normative. L’opzione diesel del mercato era infatti a metà degli anni novanta in apparente contraddizione con i maggiori controlli sulla tossicità dei fumi. Il coup de théâtre fu scegliere una valorizzazione sportiva per le vetture diesel, anzi, turbodiesel, per superare a destra la questione ambientale e trovare una narrazione dominante e sufficientemente forte da contrastare un discorso potenzialmente incisivo sul mercato (quello della sostenibilità). Il tuning del resto funziona su un principio molto semplice. Essendo la caratteristica di sportività principalmente “sotto pelle” (ossia legata al motore), servono marche linguistiche sulla pelle dell’auto per dichiarare cosa si nasconde sotto. I tubi “di scappamento” sono la via di fuga, l’affioramento oltre la pelle (che fa loro spazio quando serve) di ciò che ribolle sotto pelle. La narrazione è di compulsività liberatoria per cui i tubi sono necessari a liberare quella energia che sta sotto.

La marca linguistica che venne scelta per dichiarare dalle grandi case automobilistiche europee (principalmente tedesche) la sportività delle vetture turbodiesel fu appunto il tubo di scarico (accanto al meno efficace uso della sigla che denota la motorizzazione, sul baule). Guardando l’evoluzione dello scappamento di una vettura Audi a gasolio da metà degli anni novanta a metà degli anni dieci, si può apprezzare il passaggio da un tratto disegnato perché il fumo sia proiettato verso il basso (un tratto di timidezza) a un tratto in cui il diffusore diventa frontale, massiccio, ovoidale, ovviamente doppio (un tratto di arroganza: l’espulsione compulsiva si trasforma da debolezza in forza).

Sarebbe possibile a questo proposito fare un’analisi semiotica più approfondita della plasticità chiamata in causa dalle forme del tubo di scarico. Qui preme però soprattutto sottolineare una strategia di dissimulazione, in due direzioni. Da un lato il tubo non dice più cosa c’è sotto. Non è più un dettaglio funzionale alla meccanica e alla sua narrazione compulsiva, ma una dichiarazione di intenti. Non è doppio perché serve che sia doppio, non è sui due lati del paraurti perché è necessario che sia così (per esempio quando ci sono due fili di cilindri a V), ma perché si va (si andava: il processo è ormai compiuto) nella direzione di appianare la distanza tra la potenza del motore a gasolio e di quello a benzina. Una dichiarazione di intenti. D’altra parte, lo scarico del motore a benzina viene ridimensionato, torna “singolo”, ovoidale ma sobrio. La sobrietà diventa un tratto del motore a benzina; la sportività (l’arroganza) di quello a gasolio (sovralimentato). Oltre a questo, basta guardare come i tubi di scarico siano scomparsi completamente dalle auto ibride (che in realtà hanno motore a carburazione). Sempre per seguire il caso Audi, serva a dimostrazione notare il tratto liscio con cui prima il modello A2 (lanciata come l’auto – non ancora ibrida – che avrebbe dovuto fare cento chilometri con tre litri di carburante) e poi le motorizzazioni G-Tron (queste sì, ibride) decidano di nascondere lo scarico. Che torna a essere timido come nei diesel di un tempo. Talmente timido da non affiorare più dalla pelle, con un effetto di senso di totale assenza.

Di fatto nell’automotiv i tubi di scarico come altri particolari apparenti nascono per motivi funzionali e acquistano il potere semiotico di asserire la funzione di per se stessi. La prova di commutazione è schiacciante. Accanto a essa, lavora altrettanto bene un meccanismo metaforico “catacresizzante”. La catacresi – quel fenomeno per cui una metafora diventa stabile nel linguaggio e finisce per nominare un oggetto fuori di tropo (vedi: la “gamba del tavolo”) – si realizza nel momento in cui la citazione dello scarico sportivo diventa tratto essenziale, condizione sine qua non del motore turbodiesel.

La meccanica dominante prevede dunque che, pur venendo sempre meno i motivi di differenziazione tra disegni complessivi diversi (i cicli di innovazione portano nell’automotiv a omologazione immediata: si pensi alle “monovolume” negli anni novanta; ai “SUV” in tempi più recenti), aumenta la rilevanza e il peso narrativo (e di marketing) dato ai dettagli che raccontano la necessità meccanica, trasfigurabile però a piacimento per dare un effetto di realtà credibile. In più, la credibilità, all’opposto del tuning, è data dal fatto che sia la stessa casa automobilistica a fornire “di serie” questa scelta: l’effetto di realtà, di identità, è massimo.

Massimo l’effetto di realtà, massima la disinvoltura con cui si gioca con essa con la capacità di cambiare la realtà. I tubi di scarico sono tubi di carico valoriale e narrativo davvero rilevanti. Grazie alla catacresi, la commutazione si stabilizza e ciò che prima è effetto di una dissimulazione, di una citazione, di una metafora (quest’auto è come se…)

diventa ciò che dice, perché il mercato diventa in quel modo (quest’auto è così). A noi non resta che guardare sempre il dettaglio, di abituare lo sguardo a decostruire i particolari apparenti, a non restare indifferenti. Sperando in un’innovazione di progetto e non di marketing.