Turbare Turbaco. Scena, elementi, pesi narrativi

di Gaspare Caliri – testo per il catalogo della mostra Nomadic Landscape Elements di Andreco e Luca Coclite, Adiacenze, Bologna 2012

Il concetto è molto semplice: il paesaggio nasce quando si decide di apparecchiare una scena naturale. Il paesaggio è un allestimento visivo, frutto di una creazione, di un punto di vista. L’immagine forse più famosa che racconta il semplice concetto è “Vulcano d’aria di Turbaco”, incisione tratta dalle Vues des Cordillères et monuments des peuples indigènes de l’Amérique, l’atlante pittoresco pubblicato a Parigi nel 1810 da Alexander von Humboldt.

Cosa curiosa: grande stupore ed elettrizzante scrolling down nel trovare su archive.org Vues des Cordilères… completamente consultabile e scaricabile in PDF, digitalizzato e reso disponibile dalla sponsorizzazione della University of Ottawa. Eppure la tavola 41 (Turbaco) non c’è. Piuttosto, tra i commons in rete, c’è Google Books a darci la possibilità di ammirare l’incisione, non dentro l’atlante di von Humboldt ma all’interno di Il costume antico e moderno o storia del governo, della milizia, della religione, delle arti, scienze ed usanze di tutti i popoli antichi e moderni, provata coi monumenti dell’antichità e rappresentata cogli analoghi disegni dal dottor Giulio Ferrario, del 1826, anch’esso peraltro su archive.org, grazie in questo caso alla University of Illinois Urbana-Champaign. Altro scrolling down! In fondo c’è la lista delle tavole! Eppure non compare il Vulcano d’aria. Congiura contro Turbaco.

Cosa sto raccontando? Un lavoro di estrazione dal contesto. La tavola è a sua volta frutto di una scena ben più ampia, di un milieu culturale, fuori dal quale assume un valore “alterato”. Non farcela trovare è un ottimo modo per disattendere alla missione dell’illustrazione, che è veder scomparire la propria individualità, la propria natura di “elemento” importante quanto gli altri. Presentificare una cosa assente equivale ad aumentarne il peso specifico. Non c’è ma si sente. La cosa curiosa è una parabola che racconta di come una scena è turbata dall’isolamento di una delle sue parti. Ipotesi: forse la standardizzazione è la costruzione di scene dalle quali è impossibile estrarre un elemento e dare a esso un peso superiore ai suoi pari, per esempio facendolo scomparire?

Dice Farinelli, nel saggio “L’arguzia del paesaggio”, contenuto nell’insuperato I segni del mondo. Immagine cartografica e discorso geografico in età moderna (La Nuova Italia, Firenze 1992):

“Da insieme di cose esistenti, e perciò tangibili e numerabili, si inizia a guardare ora al paesaggio (si torna in realtà a guardare, e si vedrà tra poco) come ad un universo di cose sussistenti, dunque che non si possono né toccare né vedere: di nuovo, ma in maniera irriflessa, esso assume non più l’aspetto di un complesso di oggetti, ma la natura di una maniera di vedere.”

Von Humboldt andava in Sud America e chiedeva a chi era preposto alla restituzione visiva del mondo visitato (la persona che illustrava) di apparecchiare la scena perché fosse apprezzabile e comprensibile (e, in un certo senso manipolatorio, comprensibile secondo certi termini) alla comunità di ricezione dei dati scritti. Siamo all’interno della Erdkunde, la geografia critica, “picco di coscienza scientifica della geografia borghese”, che assume con consapevolezza un punto di vista. Turbaco (mettimi qui i vulcanetti, lì la palma, non là, ho detto lì) è esempio dello sguardo critico e costruttivista. In questi casi si parla a volte di “tipico”, “pittoresco”, “souvenir”; ma allora non è altrettanto bizzarro Humboldt vestito di tutto punto, col cilindro in testa, “in perfetta tenuta da boulevard”, che parla con un indigeno nudo? Nient’affatto, e Farinelli (ivi) redarguisce il redarguente Blumemberg (de La leggibilità del mondo) – che si fa beffa del bizzarro modo di vestire del geografo – perché quello non capisce che l’abbigliamento fa parte della scena. Anzi, tutto ciò dice molto dell’ironia intrinseca del meccanismo di creazione di un paesaggio (la capacità creativa dell’allestimento), che in sé attiva gli stessi meccanismi del motto di spirito freudiano (Witz), sostiene sempre Farinelli (sempre ivi).

Non solo, aggiungerei: Blumemberg isola un elemento, dà troppo peso specifico a qualcosa che nel contesto di ricezione ha funzione normalizzante, e non sta lì come elemento che più di altri deve essere notato. Tornando in qua, provo a darne una spiegazione semiotica. La scena equivale al “discorso”, alla superficie dell’oggetto di analisi che dobbiamo affrontare. In detta superficie, ci sono cose che hanno peso diverso, che ora possiamo chiamare non specifico ma narrativo. In qualsiasi scena o discorso, qualunque elemento (umano, non umano, ambientale, artificiale) ha potenzialità di assumere un ruolo che determina la direzione narrativa della scena. Ciò che davvero determina chi o cosa assume importanza nella narratività di un discorso è la rete di relazioni, e la messa in sequenza degli elementi collegati da detta rete. Lo sapevano bene i lettristi psicogeografi, che lavoravano non sugli elementi in sé, ma sulla loro sequenza (destabilizzante nella Parigi haussmanniana). O, ancora, sempre i lettristi, al momento di allestire il Potlach, e i collage semantici dei détournement. Leggi: straniamento uguale alterazione della normalità di un peso narrativo. Ma come fare se gli elementi standardizzati ci sembrano impossibilitati a emergere da un insieme standardizzato?

Primo: tutto ciò non è la realtà, ma un effetto di senso. Secondo: posto che nel paesaggio standardizzato non abbiamo elementi in grado di esprimere, “dentro” la scena, un peso narrativo che li faccia emergere sull’insieme, allora la logica costruttivista si basi sul singolo elemento (vedi Andreco e Luca Coclite). Costruiamolo da zero assumendo la coscienza critica di un punto di vista. Alla presentificazione di un’assenza si sostituisca la presentificazione di un isolamento. La logica critica si concentri nel confezionare l’elemento. Che, una volta buttato nella scena, la scompaginerà.

Anzi, l’elemento farà scena a sé.

Turbando l’insieme.